L'incontro
Guadagnai l'uscita del tunnel in apnea, affaticato e graffiato, ma la stanchezza
e l'affanno svanirono di colpo nell'ammirare l'incantevole panorama di quella
piccola valle, un piccolo Eden nascosto tra i monti.
E questo? Rimasi di stucco a contemplare quella magnificenza così ben protetta
e probabilmente ancora inviolata. Improvvisamente, un presentimento mi turbò
come la sonda dell'anima nel mistero e, girandomi di scatto, lo vidi, a pochi
passi da me, ai piedi di un secolare ciliegio selvatico.
Guardai quell'essere piccolo e buffo, e senza darmi il tempo di riavermi dallo
stupore, immobile com'ero, l'omino, così mi sembrò tale, mi sorrise dolcemente
e poi guizzò via nel nulla, più veloce di una lepre. Non era vero! No. Non
poteva essere, stavo forse sognando? Rimasi bloccato, ipnotizzato e completamente
paralizzato, rigido come un palo a fissare il ciuffo d'erba spavaldo alla
base del ciliegio.
Respiravo, questo sì, con affanno, ma respiravo, mentre il cuore e le tempie
battevano con violenza, fino a farmi
male. Non so per quanto tempo durò questo mio stato, un minuto, un'ora, finché
fui schiaffeggiato dal verso sgraziato di una cornacchia che, volteggiando
elegante e sfiorando le punte aguzze degli abeti, in attesa di piombare sulla
preda, mi svegliò dal temporaneo torpore.
Poi, finalmente, con estrema fatica riuscii a scuotermi, a muovere gli arti,
pian pianino, prima un braccio e poi la mano, infine il resto. Ero tornato
in me. Allora mi stropicciai gli occhi con forza e mi pizzicai più volte il
braccio, per accertarmi di essere sveglio.
Forse quell'angolo affascinante della foresta, l'ora tarda, la solitudine
e la suggestione mi avevano teso un tranello. Forse il bel ciliegio, ammiccante
e tronfio, così orgoglioso nel mostrare il capolavoro dei suoi frutti maturi,
era il diretto responsabile del sortilegio.
Forse.......
Lasciai passare qualche tempo prima di tornare nella foresta... L'ingresso
nella piccola valle è un'esperienza che arricchisce, si viene trasportati
al di là di sè stessi in un respiro metafisico, e ci fa conoscere l'essenza
dell'estasi. Quando varco la soglia, il mio stato d'animo si alleggerisce
come per incanto del suo abituale fardello, e vengo rapito da questa bellezza
profondamente misteriosa, contemplativa, che induce un senso di pace spirituale.
La seconda volta che incontrai lo gnomo, fu inaspettato, una piacevole sorpresa,
direi un sollievo. La sera color pece invitava a stare in casa ma, nonostante
ciò, con le scarpe ricamate di speranza risalii il pendio.
Il tempo era infame, e un urlo gelato infittiva ancor di più la boscaglia.
Il cielo sembrava piombare su di me, le nuvole nere maneggiavano la frusta
della grandine sterminatrice, il tuono ad un tratto rimbombò di schianto,
rimbalzò al lampo, rotolò cupo, si dissolse in pianto e tacque.
Poi , ancora rifranto, svanì. Sembrava la scena di un film dell'orrore. Durante
il temporale anche i colori sono tristi e soli come la pioggia che cade e
li nutre. Faceva freddo in quella sera del solstizio d'estate, di metamorfosi,
di pensieri sottovoce.
In quel contesto, ero colui che aspetta tramortito dalla tempesta e dall'umida
fragranza della terra. Sarebbe venuto? Sarebbe ancora tornato a farmi visita?
Pensai dubbioso dentro di me. Tornai alla cascatella, sicuro ormai che quella
fosse la porta di un mistero immenso, fascinoso e impossibile solo a pensarlo.
Ripercorsi il tragitto scomodo del tunnel e, una volta uscito indenne, mi
appostai nuovamente sotto il ciliegio violato. Mi sentivo vagamente a disagio,
seduto con la schiena appoggiata alla corteccia bruno rossastra e rugosa dell'albero,
vecchio di almeno 300 anni.
Ho sempre creduto che in ogni pianta pulsasse un'anima pensante; avvertivo
chiaramente i suoi borbottii di rimprovero, imprigionati nelle pesanti gocce
che, saltando e scivolando di foglia in foglia, ognuna martellata e piegata
dalla pioggia, piombavano rapide con un tonfo sordo sui miei capelli indifesi.
Forse, ero stato il primo uomo ad averlo violato, e ancor oggi, ripensandoci,
rimango certo dell'idea che il ciliegio non fosse rimasto particolarmente
soddisfatto.
Immerso nei miei pensieri e divorato dai dubbi attesi a lungo, formulando
quesiti indecifrabili e fino a quel momento rimasti irrisolti. Sarebbe tornato?
Ebbene sì, lui, selvaggio come me, pronto a sfidare l'impossibile, arrivò
trotterellando, silenzioso e col passo felpato della lince.
Si sedette sullo stesso spavaldo ciuffo d'erba, mi guardò intensamente, e
con fare amichevole mi salutò dicendomi:" Sludram, ai Ardusli". Ed io, perplesso,
impaurito e nello stesso tempo eccitato, ricambiai il saluto: "Ciao, mi chiamo
Giovanni...ma tutto questo è un sogno vero?" Di colpo fece un salto atletico
fin sopra la mia mano, si rizzò in punta di piedi, visto che non poteva essere
più alto di un palmo, e si strofinò il naso contro il mio cogliendomi di sorpresa.
Da quel momento capii che il mio strano interlocutore si chiamava Ardusli,
e mi sentii un privilegiato per il modo confidenziale con cui mi salutò. "
Ma chi sei, da dove vieni...e… sei solo, o ci sono altri gnomi come te, qui
in zona?" Esclamai, assai turbato e rapito dall'eccitazione.
" Si, be stem zinguanta e vennim da pais oltre mar e oltre doss...stem a que
da sicor sixecent an." Mi rispose con voce ferma, per nulla intimorito.
Incredibile...Erano in cinquanta, una piccola comunità esistente in zona da
più di seicento anni, e durante gli incontri successivi, scoprii che i pochi
sopravissuti erano originari della lontana Romania, fuggiti per le continue
guerre e lotte interne che produssero devastazioni e incendi.
A causa di ciò furono forzatamente costretti a emigrare. Ardusli mi raccontò
che fu proprio suo nonno Sganapin, figura leggendaria, a fondare sul finire
del 1300 la comunità italiana, in compagnia della moglie di origine asiatica
e di altre due coppie di gnomi rumeni.
.......In tutti questi anni il mio rapporto con l’amico Ardusli si è andato
rafforzando, l'amicizia, fatta di stima reciproca e profondo affetto, e’ andata
crescendo. Devo dire che ogni volta provo un'emozione molto forte quando,
prendendomi per mano, mi penetra col suo sguardo magnetico, e ogni volta lo
ringrazio per la fiducia accordatami. Qualche tempo fa, ebbi l'ardire di chiedere
al mio piccolo amico il perchè di tanta magnanimità nei miei confronti, e
Ardusli così mi rispose: " Gioaen tan pis, parchè tan si on crochet e tan
si fels e pu ci tranquel et tfe un bon lavorir countra al miseri di sfighè
e ci tel e quel cum la tu faza da pataca. Atposdei che tci un purè cum anomai
vist intla mi vitae. " Tu mi piaci perchè non appartieni agli orti coltivati
dell'ipocrisia, non fai parte della miriade di fiori plastificati che ornano
le aiuole della vita, hai spirito critico innanzi le miserie umane e, forse,
sei uno degli ultimi puri che abbia conosciuto durante la mia lunga vita."
Nell'ascoltarlo inebetito una scarica di andrenalina mi pervase tutto, e una
commozione incontrollabile mi fece scoppiare a piangere a dirotto.
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